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Il sarcofago ancora nella cascina di San Cristoforo, riprodotto in un disegno tratto dal libro "La storia di Bergamasco" dell'ing, Antonio Veggi Cliccare sulle immagini per vederle ingranite |
Il sarcofago romano di "CALVENTIUS"
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Il sarcofago ancora nella cascina di San Cristoforo, riprodotto in una vecchia fotografia,
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Il sarcofago nella Cascina di San Cristoforo
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“IL SARCOFAGO ROMANO DI "CALVENTIUS" Le note sotto riportate sono tratte dal libro "La storia di Bergamasco" (2° edizione ottobre 2003) scritto dall'ing. Antonio Veggi
Della presenza di centri abitati in epoca romana si è già accennato nelle pagine precedenti e nei secoli scorsi si è cercato di testimoniarla con la pretesa di aver visto e consultato documenti che ne parlavano, documenti che, in effetti, non sono mai esistiti se non nella fantasia di qualcuno, come si è potuto accertare poi nel caso del notaio d'Incisa Gioseffantonio Molinari. Questi, come si vedrà più avanti, nel 1810 pubblicò una "Storia di Incisa e del già celebre suo Marchesato" basata su documenti mai esistiti. L'unico modo più sicuro e inoppugnabile sarebbe stato invece quello di cercare di scoprire, se possibile, e sopratutto di conservare reperti archeologici, e non distruggerli, come probabilmente sarà accaduto in molti casi, in quanto questi costituiscono sempre un'eloquente testimonianza del passato cui appartennero. Nel cortile della tenuta agricola di S. Cristoforo a Bergamasco, ad esempio fino al 1985 si trovava un sarcofago in granito d’epoca romana che, sfidando l'insidia dei secoli e dell'opera distruttrice degli uomini, è riuscito giungere fino ai giorni nostri senza che nessuno abbia mai inteso in epoca abbastanza recente il messaggio storico che porta con se. E', infatti, il segno inoppugnabile della presenza sul territorio di Bergamasco di un centro abitato in epoca romana. Avevo sentito qualche volta dire che a S. Cristoforo, già abbazia benedettina nel Medio Evo e nell'Evo Moderno, esisteva una "pietra" con iscrizioni in latino. Incuriosito del fatto, decisi di andare a vedere di che si trattava e, dopo un attento esame, mi resi conto che si trattava di un sarcofago d’epoca romana. Si trovava nel cortile proprio di fronte all'ingresso, adibito da chissà quanti anni a raccogliere l'acqua che defluiva da una pompa d’estrazione azionata manualmente e ormai in disuso. Per favorire il deflusso dell'acqua dal suo interno, qualcuno pensò di praticare un foro nella parte inferiore producendo così una spaccatura visibile alla base. Essendo di granito e visto le sue dimensioni esterne non trascurabili, di cm. 158 x 83 x 60 e lo spessore di cm. 16, non era tanto facilmente trasportabile, il che fa concludere che non fosse un reperto archeologico rinvenuto chissà dove e trasferito poi a Bergamasco. Dovrebbe quindi essere stato scoperto nei dintorni di S. Cristoforo, forse dai monaci benedettini, e da loro trasportato e custodito nella loro abbazia, o che addirittura si trovasse già in loco in qualche costruzione preesistente alla costruzione dell’abbazia stessa; portava la seguente iscrizione: T . CALVENTIUS
Z .
LIBERTUS . PRIMII IV |
il sarcofago quando si trovava ancora nei depositi del Museo di Antichità di Torino di Corso Regina Margherita 105.
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Una fase dell'installazione del sarcofago nell'atrio del municipio . |
un'altra fase del posizionamento nella sua sede definitiva. |
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un'altra fase del posizionamento nella sua sede definitiva.
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Finalmente sistemato nella sua posizione definitiva
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Dell'esistenza di questo sarcofago sul territorio di Bergamasco se ne interessò, in un passato abbastanza recente, anche la Sovrintendenza delle Antichità di Torino che, dopo un sopralluogo, decise di portarlo via dal cortile della Cascina di S. Cristoforo, e questo accadde il 17 luglio 1985.
Dopo lo sconcerto iniziale, il Comune di Bergamasco si mise in contatto con la Sopraintendenza delle Antichità di Torino per sapere dove era andato a finire il "Sarcofago di Calventius" e per chiedere se era possibile riaverlo e a quali condizioni.
Seguirono colloqui costruttivi, a conclusione dei quali si apprese che il sarcofago si trovava nei depositi del Museo di Antichità di Torino di Corso Regina Margherita 105.
Ne seguì una visita a detto Museo di una delegazione del Comune di Bergamasco composta dal Vice Sindaco Francesco Piccarolo e dall'Assessore alla Cultura Gian Luigi Ratti, visita alla quale ebbi l'onore e il piacere di partecipare anch'io, al termine della quale si concluse che il Sarcofago sarebbe tornato a Bergamasco, purché gli fosse stata data una sistemazione decorosa e di protezione.
Il progetto di questa sistemazione, presentato dal Comune di Bergamasco, fu approvato dalla Sopraintendenza e quindi il giorno 27 maggio 2003 il comune mandò un suo incaricato a Torino, con il camioncino del comune a ritirarlo. Fu sistemato provvisoriamente nel magazzino comunale dove fu poi restaurato da una ditta specializzata ed infine portato nella sua sede definitiva, nell’atrio del municipio.
Ecco cosa si legge del Sarcofago di Calventius in un fax inviato il giorno 11/5/2001 dalla Sopraintendenza delle Antichità di Torino al Comune di Bergamasco il giorno dopo la visita prima ricordata. Notizie storiche: Si tratta di una dedica al proprio patrono, forse di sesso femminile, da parte del liberto T. Calventius, di origine pavese, come fa supporre la sua appartenenza alla tribù Papiria; egli aveva ricoperto cariche pubbliche e doveva possedere un fondo nella campagna presumibilmente prossima a quella del ritrovamento. Le imperfezioni grafiche dell'iscrizione, il ductus approssimativo e la sommaria impaginazione del testo fanno sospettare che il sarcofago sia stato commissionato anepigrafe, e poi fatto incidere in campagna da un mestierante. Il sarcofago si trovava nell'aia della cascina San Cristoforo, la cui struttura insiste sull'antica abbazia omonima; qui fu portato in epoca ignota dai benedettini, che lo utilizzarono come abbeveratoio. Descrizione: Sarcofago in pietra grigia, a cassa rettangolare liscia priva di coperchio (cm. 69x158x82), attraversato da una profonda fenditura longitudinale nella faccia principale. La decorazione, limitata al solo lato anteriore, consiste in una semplice tabula ansata, inquadrata da una cornice irregolare a doppia listellatura. L'iscrizione, ormai quasi completamente svanita, è su quattro righe. Il sarcofago era già conosciuto dal Ghilini (1666) e dal Moriondo; venne poi nuovamente individuato nel corso di un sopralluogo nella cascina S. Cristoforo, a pochi chilometri da Oviglio. Cronologia: Entro la prima metà del II secolo d.C. Esposizione: Da esporre. Bibliografia: Lesne 1911, p. 76, n. 2 - Casalis 1833-1856, XIII, p. 214 – Gasparolo 1887, p. 208, n. II - Peola 1940, p. 72 - Pinocchi 1985, pp. 13-14 - Antico Gallina, p. 134 - Mennella, Pavese 1987, pp. 241-242 e fig. 6 - Mennella, Zanda 1999, pp. 23-24. Note: Archivio SAP (fase. 1, V, 4).
NB La scheda è stata compilata dalla dott.sa Ada Gobucci nell'ambito del progetto di riallestimento del Museo di Alessandria. (fine della citazione). |
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